Assicurazioni - Rivista di diritto, economia e finanza delle assicurazioni privateISSN 0004-511X
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“Non è un paese per vecchi”? Profili evolutivi del risparmio pensionistico europeo tra welfare e mercato finanziario (di Federico Riganti, Professore associato di Diritto dell'economia, Università degli Studi di Torino)


Il testo, muovendo dalle recenti proposte di revisione della disciplina di riferimento europea – avanzate dalla Commissione e volte a incentivare il ricorso alla previdenza privata, con l’obiettivo di rafforzare tanto il sistema di welfare, quanto il mercato dei capitali – si interroga sinteticamente sulle prospettive evolutive di un risparmio pensionistico considerato sempre più rilevante per la competitività e la sicurezza economica e sociale dell’Unione e dei suoi cittadini.

“No Country for Old Men”? The Evolution of European Pension Savings between the Welfare State and Financial Markets

Building on recent Commission proposals to revise the European supplementary pension framework, this paper provides a concise examination of the evolving prospects of pension savings, which are increasingly central to the competitiveness of the Union as well as to the economic and social security of its citizens.

SOMMARIO:

1. Un “bagno di realtà”: il presente tra economia di guerra, (scarsa) competitività e longevity economy - 2. L’“elefante nella stanza”. Il problema delle pensioni e le tensioni intergenerazionali - 3. I limiti del sistema pensionistico pubblico e la centralità della previdenza complementare - 4. Il quadro eurounionale, le proposte di riforma e il “ponte” verso un sistema finanziario ed economico competitivo, sostenibile e resiliente - 5. Note conclusive            - NOTE


1. Un “bagno di realtà”: il presente tra economia di guerra, (scarsa) competitività e longevity economy

Come è noto, il tema affrontato in questo scritto è oggetto di progressivo interesse da parte di policy makers, operatori e studiosi. La trattazione dell’argomento delle pensioni e, più in particolare, della previdenza complementare, risulta infatti improrogabile, come dimostrato dalla crescente attenzione oggi mostrata finanche dalle istituzioni europee (in primis, dalla Commissione) verso quanto di seguito discusso [1]. Le ragioni dell’attuale, condivisibile, attrazione verso un argomento non certo nuovo sono molteplici e si possono cogliere appieno solo se rapportate all’interno di un quadro corrente che si contraddistingue per incertezza e vulnerabilità. In questo contesto, l’economia sociale di mercato made in Europe appare invero sempre più “stanca” e “appesantita”, oltreché “disorientata” a causa del mutamento di quelle condizioni strutturali che, una volta ridimensionate ed aggiornate alle esigenze del presente, con tutta evidenza impongono un ripensamento dell’ordinamento complessivamente inteso e, al suo interno, anche e in particolare del settore pensionistico. I fattori scatenanti, “responsabili” del cambio di rotta poc’anzi descritto, sono molteplici. Tra questi, due appaiono sin d’ora particolarmente meritevoli di attenzione: (i) il moltiplicarsi degli indizi di un’economia di guerra sempre meno celata; e (ii) la crisi demografica, particolarmente grave in diverse zone d’Europa e foriera di potenziali e pericolose ricadute sistemiche. Con riferimento al primo aspetto, basti evidenziare che le tensioni geo-politiche degli ultimi anni, così come il ribaltamento di alcuni risultati dati per assodati, hanno condotto l’economia stessa (e il commercio) a divenire, da un lato, strumento di conflitto (si pensi ai dazi) e a calarsi, dall’altro lato, in uno stato di quasi perenne “guerra tiepida”, nel quale la perdita di competitività dell’Unione è oggi a tal punto grave da richiedere l’adozione urgente di misure di reindirizzamento e incanalamento degli investimenti a favore delle proprie strutture strategiche. Posta su questo scenario, la reazione dell’Europa, auspicabilmente ispirata ai rapporti Draghi [2] e, ancor prima, Letta [3], è dunque chiamata ad essere coraggiosa e lungimirante nel suo sforzo di compattezza e [continua ..]


2. L’“elefante nella stanza”. Il problema delle pensioni e le tensioni intergenerazionali

Le questioni demografiche rappresentano uno dei problemi attuali in relazione ai quali le politiche e le norme dell’Unione – anche e soprattutto di natura previdenziale – sono chiamate a trovare soluzione. Lasciando sullo sfondo le tematiche generali offerte in apertura, va infatti evidenziato che le criticità annotate in quanto a (lunga) vecchiaia e (poche) nascite in Europa si contraddistinguono per profondità e gravità e, laddove relazionate ad altri fattori di natura economica (ad es. retribuzioni lavorative, disoccupazione e inflazione) e giuridica (ad es. disciplina dei rapporti di lavoro), impattano inevitabilmente sulla materia pensionistica. In merito a quest’ultima, le questioni in oggetto delineano, in particolare, gli estremi di un sistema complesso e nel quale, all’atto pratico e in via di necessaria sintesi, i lavoratori saranno sempre di meno e i pensionati sempre di più (e per più tempo), come tra l’altro di recente confermato anche dalle previsioni dell’Eurostat, secondo le quali “tra il 2024 e il 2100 la percentuale della popolazione in età lavorativa diminuirà, mentre gli anziani rappresenteranno probabilmente una quota maggiore della popolazione totale: entro il 2070 le persone di età pari o superiore a 65 anni rappresenteranno il 30,5 % della popolazione dell’UE, rispetto al 21,6 % nel 2024” [6]- [7]. Si noti che, pur a fronte di numeri allarmanti e della centralità di un tema che rappresenta un cardine per l’inclusione economica e sociale dei cittadini – nonché per preservare quel “patto tra generazioni” posto a fondamento di un sistema di previdenza innanzitutto pubblico [8], il cui meccanismo a ripartizione [9], nell’assenza di misure correttive [10], è destinato ad incontrare alcune criticità operative [11] –, l’argomento delle pensioni è stato a lungo considerato dalla politica e dalle politiche pubbliche, così come dalle strategie di risparmio private, alla stregua di vero e proprio “elefante nella stanza”, vale a dire un nodo problematico evidente ma ignorato o evitato. Le ragioni di un tale approccio, dai tratti anche “comportamentali”, hanno natura eterogenea e originano vuoi da motivazioni di ordine propagandistico ed elettorale, vuoi da giustificazioni di tipo culturale [continua ..]


3. I limiti del sistema pensionistico pubblico e la centralità della previdenza complementare

Come noto, le difficoltà in ultimo sommariamente indicate (e non solo) hanno suggerito, nel tempo, l’adozione di un sistema di sicurezza sociale articolato su più pilastri e nel quale, accanto alla componente pubblica obbligatoria, si colloca la previdenza complementare. In questo quadro, la pensione obbligatoria e di “default” è stata, e continua a essere, elemento chiave di un assetto di protezione che, ancor più se supportato da meccanismi privatistici di intervento [13], risulta fondamentale per dare risposta alle esigenze della terza età e alle difficoltà, poc’anzi indicate, relative alla capacità di dotarsi di quei presidi di difesa che torneranno utili nel futuro che verrà. La decisione di affiancare strumenti di diversa matrice, pubblica e privata, ha trovato ragione tanto nelle crescenti criticità dei primi, quanto nella possibilità – considerata pur sempre corretta – che il mercato, anche in ambito previdenziale, possa operare secondo logiche di regolamentazione efficiente [14], strutturando “prodotti” nuovi e più competitivi (ancorché sempre adeguati al fine per il quale sono predisposti) rispetto alle esigenze di risparmio e alle decisioni di investimento dei cittadini [15]. Al di là del profilo in ultimo indicato e di una disamina più attenta della questione – non consentita, in questa sede, per evidenti motivi di spazio –, sono le criticità del contesto all’interno del quale si è mosso, e si muove, il sistema pensionistico privato ad assumere rilievo centrale per una più corretta comprensione della materia. In tema, va infatti ricordato che il pilastro pensionistico pubblico, anche in ragione di scelte infelici e poco conformi a logiche di sostenibilità nel lungo periodo – si pensi, da un lato, al citato meccanismo a ripartizione che è integrato, in caso di disavanzi, dal bilancio pubblico e che è messo in difficoltà dal mutamento dei rapporti di forza tra lavoratori e pensionati; e, dall’altro lato, ad una formula retributiva che, anch’essa incline all’utilizzo di soldi pubblici spesso impiegati a favore di persone agiate, appariva e appare “non compatibile con criteri di giustizia distributiva” [16] e che solo progressivamente è stata modificata – ha [continua ..]


4. Il quadro eurounionale, le proposte di riforma e il “ponte” verso un sistema finanziario ed economico competitivo, sostenibile e resiliente

Anche il quadro eurounionale è dunque caratterizzato dalle anomalie richiamate, alle quali si accompagna una preoccupazione di fondo legata alla persistente debolezza di un settore pensionistico complementare ancora fragile e, dunque, incapace di servire a dovere tanto le esigenze di tutela dei cittadini europei quanto l’economia dell’Unione. Esigenze di tutela a parte, con riferimento specifico al secondo aspetto menzionato, deve essere in questa sede sottolineato che il settore pensionistico privato, stante la natura a lungo termine degli investimenti che lo animano, se ben indirizzato non potrebbe infatti che costituire una fonte rilevante di capitale per i mercati e l’economia, divenendo così un elemento cruciale per la competitività dell’Unione e per quella Savings and Investments Union (SIU) [19] da intendersi, in estrema sintesi, quale “horizontal enabler”, indiriz­zato a creare “un ecosistema di finanziamento a beneficio degli investimenti negli obiettivi strategici dell’UE” [20]. In merito a questo ultimo punto, è la stessa Commissione europea – con una comunicazione [21] infatti completata da proposte di riforma della materia [22], ad esempio [23] per quanto riguarda la disciplina IORP II [24] (in italiano, EPAP) e PEPP [25], già oggetto di ipotesi di modifica presentate dall’EIOPA [26] – a evidenziare la criticità del passaggio. Nella comunicazione in questione, la Commissione ricorda infatti che, “oltre a garantire un reddito adeguato dopo il pensionamento, i regimi pensionistici finanziati e sostenuti da un paniere di attività possono anche sostenere la crescita economica e la competitività dell’UE, sia direttamente, mobilitando risparmi a lungo termine per gli investimenti, sia indirettamente, aumentando la profondità e la liquidità dei mercati dei capitali dell’UE”. A fronte di quanto precede, la stessa evidenzia inoltre che “un altro obiettivo dell’iniziativa” europea in tema di previdenza complementare[27] consiste quindi nel “rafforzare lo sviluppo del mercato dei capitali e gli investimenti nella crescita e nell’innovazione dell’UE, obiettivo che viene affrontato anche attraverso diverse altre azioni nell’ambito dell’Unione del risparmio e degli investimenti”. Quanto [continua ..]


5. Note conclusive           

Le criticità del sistema pensionistico pubblico e la correlata necessità di rafforzare la previdenza complementare europea, in particolare intervenendo sui punti di debolezza che la contraddistinguono, paiono, nel complesso, capaci di delineare gli estremi di un nuovo quadro di riferimento. Un quadro nel quale la materia in oggetto si evolve e, abbandonando il ruolo marginale in Italia storicamente ricoperto rispetto ad altri settori vigilati, diviene cruciale tanto per la disciplina della sicurezza sociale, declinata nelle sue varie forme, quanto per una reale integrazione dell’Unione. Con riferimento a quanto precede, vanno accolte con favore le proposte di intervento della Commissione europea. Queste, nel complesso, risulterebbero infatti capaci di incidere con attenzione non solo (i) su profili centrali per l’inclusione economica e sociale dei cittadini dopo il pensionamento – così come per il rispettivo “libero movimento” all’interno di un’Unione nella quale, si ricordi, anche i temi previdenziali dovrebbero essere armonizzati (e in merito a questo profilo, sarà di interesse monitorare l’evoluzione dei PEPP) –; ma anche (e soprattutto?) (ii) su un mercato dei capitali che, dall’investimento paziente ed attento degli attori della previdenza “supplementare” non potrà che trarre vantaggi sostenibili e di lungo periodo. Che sia (solo?) quest’ultimo aspetto ad avere determinato l’attuale crescita dell’attenzione verso il tema delle pensioni, non è dato sapersi. Certo è che, motivazioni a parte e a seguito di un esame preliminare della questione, le misure suggerite e poc’anzi annotate apparirebbero idonee a tracciare i perimetri di un contesto eurounionale aggiornato e quantomeno attento alle sfide demografiche ed economiche che lo attendono. E ciò, a ben vedere, anche e soprattutto a vantaggio delle generazioni più giovani le quali, in un “paese per vecchi” ben organizzato ed ordinato, e non già poggiante su meccanismi iniqui e insostenibili, devono ritrovare il senso di quel sopra menzionato “patto generazionale” che le vede coinvolte, così come adeguati strumenti di tutela della propria posizione, ancor più rilevante laddove collocata in un futuro lontano e al quale non è facile pensare.


NOTE